lunedì 15 agosto 2016

Departures - Diario di un necroforo



Nuovo post sul "Diario di un necroforo":




DEPARTURES


In cui racconto come da un film si possa trovare un amico che condivide le proprie sensazioni.

venerdì 29 luglio 2016

Espressione strana



È un’espressione strana che guardo come un pericolo.
Parentesi che si aprono, numeri, segni e lettere che scorrono, che crescono e fuoriescono e si accavallano come da una pianta innestata, come da un’emorragia di logica frattale da una ferita di materia oscura.
Ma so che devo domarla se voglio spiegarla a mia figlia.
Succede qualcosa che non mi era mai capitato a scuola.
Penso che se non la scrivo, quell’espressione non esiste.
Sono io a darle un senso.
Non mi spaventa più adesso.
Prendo la penna nera, e il gel dell’inchiostro la imprigiona sul foglio.
La libererò facendola tornare.
È inerte sulla pagina bianca.
C’è un monomio, un diviso, un altro monomio simile, un segno più...
Devo fermarmi qui. Faccio finta di vederla smembrata e poterne prendere un pezzo alla volta, come si fa da bambini, cercando di catturare la Luna tra pollice e indice; mi vedo prendere i due monomi, girare il secondo, pensare a cosa devo fare loro per trasformarli nello stadio successivo.
Li faccio evolvere.
Sono il loro dio.
Adesso plasmerò gli altri due monomi e li libererò dal recinto delle loro parentesi, diventeranno uno solo e li farò incontrare con quelli precedenti e poi unirò quelli successivi e questi… in un’orgia di segni e potenze e poi alla fine, alla fine.
Guardo alla destra del libro.
Torna.

lunedì 13 giugno 2016

Città amara di Leonard Gardner




Città amara - Leonard Gardner - Fazi

Città amara di Gardner parla di pugilato.
Ma se togli quello e ci metti il tuo lavoro, la tua vita, il senso di quello che stai facendo, che richiede il tuo impegno, la tua massima partecipazione emotiva e fisica: ci sei, sei il protagonista del romanzo.
E puoi scegliere il tuo futuro seguendo la linea della vita dei personaggi, una linea che solca dure pelli di guantoni pronti a sbatterti nei denti non appena cedi, non appena smetti di sperare, di credere in quello che fai, nelle tue possibilità. Perdi la tua partita quando cominci a coccolarti nell’amarezza di un tormento, credendo che sia quello a ossessionare te.
E invece è il contrario, perché a volte è così facile smettere di piangerci addosso, che nell’incredulità di riuscirci, invertiamo a U allontanandoci dall’arrivo, quando manca appena  una curva alla fine. Quando sarebbe così facile raggiungerlo. Ma fai come Orfeo con Euridice, ti volti e vedi sparire tutta la fatica fatta per arrivare fin lì.
Dicono che dopo essere caduti possiamo rialzarci, ma è anche vero che è sempre più difficile farlo e che alla fine è così normale cadere che restare in piedi diventa superfluo.
Finché non è più possibile.

Nel libro c’è questo allenatore, Ruben, che aspetta da una vita di trovare il pugile di razza; probabilmente lo aspetterà per sempre ma a volte il destino non è realizzarsi ma spingere all’infinito le nostre aspettative. E’ un uomo onesto, se può aiuta gli atleti che si sono persi e cerca di raccattare loro un incontro per farli rientrare nel giro e così rientrarci pure lui.
Se ti senti uno dei suoi ragazzi puoi scommettere che cercherà con ogni mezzo di farti stare in piedi (e per Ruben vale in senso figurato e in senso letterale: sul ring), ma la spinta deve venire da te, altrimenti resti dove sei.

Da leggere.

sabato 11 giugno 2016

I capelli di un'altra





I capelli di un’altra

Marina è una forza.
Si sveglia al mattino che ha molto da fare, ha due figli e un marito, un lavoro che ama e
un padre malato che deve aiutare. Corre tra scuola la posta e la banca. Marina si stanca più spesso di prima.

Marina radiosa è dimagrita, si sente potente, la famiglia, la vita. Una cena tra amiche, un post, una gita. In doccia si sciacqua, si trova bella. La mano sul seno sente una fitta, Marina ha un gonfio sulla mammella.

Marina sta seria all’ospedale. In ambulatorio il dottore le parla, ma lei sembra non stare a ascoltare. Suo marito la stringe e la rassicura ma lei davvero adesso sta male. Marina ora sa di avere un tumore.

Marina è distesa, nella camera un letto, è stata dura ma si è rassegnata. L’intervento è riuscito, adesso è guarita. La chemio e la radio l’han dilaniata, Marina si specchia, adesso è calva.

Marina reagisce con forza e con rabbia. Marina è serena, Marina è tornata. Le foto dei figli sono come un mantra. La stessa di prima, la vita non cambia. Le corse di sempre e in più c’è il dottore. Spettinata dal vento cammina nel sole. Marina adesso ha i capelli di un’altra.

Nel mondo vivono amazzoni silenziose che arco e faretra ce l’hanno nel cuore. Sono le nuove guerriere e ne conosco alcune, troppe, di persona e virtuali, sono l’essenza della vita e brillano di quella stessa bellezza che ha il sole, quando lo guardi attraverso i rami di un albero, che intermittente ti acceca. Io queste donne le stimo tantissimo e solo ascoltando il loro inno alla vita si capisce come il cancro al seno non sia solo una malattia, ma una violenza. Quelle che nascono da questa violenza sono donne diverse, vestite di nuova consapevolezza. La “altra” a cui mi riferisco non è solo colei che dona la sua capigliatura (è prassi farlo anche per i bimbi), ma “altra” è proprio la donna che rinasce da questa esperienza devastante. Umilmente dedico loro questa piccola cosa che covo da tempo e non sapevo se… 


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Marco Frosali

N.B. Vietata ogni riproduzione anche parziale senza la citazione del nome dell’autore.


sabato 21 maggio 2016

Di Nathan Never e di Thomas Pistoia



Nathan Never 297 è uscito tre mesi fa e io ne parlo solo adesso che, guarda un po', esce l'epocale n° 300.

Spiego.

La serie a fumetti di Sergio Bonelli Editore io la seguo dal 1991: ho praticamente assistito al parto.
E' stata una frequentazione burrascosa. I nostri nemici sono diversi; lui combatte cloni, cyborg e tecnodroidi, io lotto per lo spazio in libreria e il tempo libero.

Ci siamo un po' persi di vista ma l'ho sempre tenuto d'occhio e ci sono sempre stato per le grandi occasioni.
Il fatto insolito è che un paio d'anni fa arriva un amico che mi dice - Sai, mi hanno approvato alcuni soggetti per Nathan Never.

Questo amico è Thomas Pistoia e ha un problema: non riesce a scrivere qualcosa senza infilarci una grana sociale.
Anche la cosa più fessa che puoi trovare sul suo blog nasconde una critica, un occhietto, un ammicco, nei confronti della parte malata della società. 

Questo è il suo grande pregio.

E insomma, mi aspettavo che il Pistoia mi tenesse aggiornato sugli sviluppi della trama, si confessasse sugli ambienti, sui personaggi...
Seeee: ho aspettato due anni per sapere cosa diavolo avesse scritto.

Questo è il suo grande difetto.

Di Nathan Never 297 potevo parlare in occasione della sua uscita ma la mia voce, oltre a perdersi tra mille altre, poteva sembrare un caso di compiacimento gratuito; guarda caso una di quelle cose che certamente Thomas ha criticato in qualche sua opera.

Allora mi dico: resto guardingo e lo difendo a spada tratta, nel caso qualcuno lo attacchi ingiustamente.
Sono rimasto a guardare perché di critiche gratuite se ne contano sulle dita di una mano.

Il motivo è semplice: la mafia è un tema trasversale, come ne parli fai bene.
Nella sua storia Thomas ha citato Falcone e Borsellino.
Qualcuno ha detto "Eh, facile", ma guarda caso i loro nomi sono ancora molto scomodi per chi ha avuto a che fare con loro e ha la coscienza sporca.

La storia è commovente e drammatica; non c'è spazio per i sentimenti. Quelli sono bisbigliati, come se il presagio di morte che dimora sulla testa dei personaggi, impedisse loro di poterli vivere pienamente.
La mafia non si vede, esattamente come nella realtà; è un demone che muove le sue pedine su una scacchiera di cadaveri.

Il disegnatore Emanuele Boccanfuso ha arredato le splendide vignette, costruendo uno scenario che se da un lato non ti fa dimenticare di essere nel futuro, dall'altro ti inchioda continuamente alle scene dei terribili attentati che hanno ucciso i due giudici. 
Nelle scene di folla ti viene quasi da chiedere permesso per come ti tira dentro.

Thomas in campo fumettistico ha esordito con questo albo ma la sua storia letteraria è già solida. Credo che il suo lavoro di informatico sia una copertura (si dice che la notte si mascheri e esca di casa per combattere il male), o che gli serva per far passare qualche stringa di numeri in quella testa sempre persa tra le parole.

Lui le parole le sa adoprare bene. Può stare ore ad arroccare una frase, finché la musicalità della lettura non lo soddisfa.
Guarda caso questa caratteristica è sfociata di recente, in uno spettacolo teatrale che sta mutando in mano sua e del suo socio Massimiliano Elia. 

Da reading letterario è già diventato altro. Con le sue poesie trasformate in canzoni e una lettura che è diventata recitazione.

Io non ho altro da dire. Lascio parlare loro.

Domani 22 Maggio i due saranno a Pescara, in teatro, a muovere i fili delle emozioni.

Per chi fosse nei paraggi: Link Facebook dell'evento pescarese 


Mentre qui c'è il link al suo Blog: Via Oberdan



mercoledì 18 maggio 2016

Filo spinato






La rete è grigia, distante, forse tanto quanto lo sono due porte in un campo di calcio. Se Amjad la osserva di sbieco sembra una parete. Forse lo è davvero. Lui e Rieda fanno un gioco: fissano i cerchi di filo spinato, poi muovono le dita e seguono il loro andamento a spirale. Gli hanno detto che ci sono degli aghi intorno ai cerchi. Se ci mettono le mani bucano, anche più delle vespe.

Per non sentire i grandi che gridano i due bambini giocano a palla. È di Rieda. È grigia, sgonfia, ma ci giocano lo stesso; la usano da quando sono lì. L’ha ricevuta il giorno che ha raggiunto le coste della Grecia. Anche Amjad ne possedeva una; l’aveva costruita lui stesso, arrotolando una vecchia maglia e avvolgendola con dello spago. Adesso non ce l’ha più; suo padre l’ha disfatta. Ci ha aggiustato le loro scarpe. Erano rotte.

Quanto hanno camminato! Per giorni. Hanno attraversato i campi e i boschi e quando faceva buio gli capitava di finire in acqua. Allora uscivano completamente bagnati. Era estate e l’aria era fresca anche di notte. Completamente fradici soffrivano un freddo terribile. Amjad, Rieda e Kuampa si guardavano. I loro denti sbattevano a causa del freddo. Quel delicato tintinnare che usciva dalle loro bocche gli sembrava un concerto. Ridevano e in questo modo avevano l’illusione di asciugare prima.

Da giorni non si vede Kuampa. Amjad crede che sia tornato a scuola perché la madre del suo amico piange, come la sua mamma quando in Siria lo venivano a prendere gli uomini vestiti di nero, per portarlo nella loro di scuole. Rieda invece dice che Kuampa è morto. Amjad non lo sa come piange una madre in quel caso: a lui non è mai accaduto.

Finalmente è il turno di Amjad di fare il portiere: ci tiene tanto. In quel momento i grandi cominciano a urlare, sempre più forte. I due bambini si voltano in direzione della grande rete grigia, rimanendo impietriti; a Rieda scivola la palla di mano. Gli adulti gridano e corrono verso la barriera di ferro, come una mandria in fuga; lanciano tutto quello che possono raccogliere.

Dall’altra parte i militari si avvicinano alla rete; altri ne arrivano da dietro la collina. Hanno grossi fucili grigi che sparano palle, da cui esce fumo che buca gli occhi e fa piangere. Amjad si tappa le orecchie con le mani perché lo spaventano di più le grida del fumo.
Qualcuno cerca di arrampicarsi sulla barriera ma i militari lo fanno cadere usando dei bastoni. Dalle mani di Amjad i suoni filtrano lo stesso. Sente un tonfo e un grido. Si volta. Rieda è a terra con la testa insanguinata. Accanto ha un proiettile che fuma ancora.

Amjad guarda la madre dell’amico che piange, lo stringe a sé; piange come sua madre quando venivano a prelevarlo gli uomini vestiti di nero, piange come la madre di Kuampa e allora Amjad pensa che forse anche Kuampa è morto davvero.